lunedì, 18 dicembre 2017

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L’INTERROGATIVO: MA DOV’E’ FINITA L’INFORMAZIONE?

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“La verità è sfuggente – diceva il famoso giornalista americano Walter Cronckite – stiamo ai fatti”. Ma quali sono i fatti?

 


In questa coda di fine d’anno, informazione fa troppo spesso rima con diffamazione, destrutturazione politica e sistematica dell’avversario, complotti veri o presunti, attentati organizzati, ventilati, o preparati a orologeria, scoop che sanno di falso, di artefatto. I giornali, molto spesso, non stanno ai fatti, ma li piegano ai loro interessi di bottega o di scuderia.È sempre stato così? Forse. Guy de Monpassant ce lo insegnato nella prima metà dell’Ottocento, in fondo noi giornalisti siamo un po’ tutti dei Belamì, dei penni vendoli innamorati di se stessi e del proprio scrivere.Ma informare è verificare, analizzare e scoprire le notizie. È cercare, per quanto possibile, uno spicchio di verità. Ma dov’è finita l’analisi, dove è finito l’approfondimento?Salvo rare eccezioni, che luccicano proprio perché sono eccezioni, non si fa più giornalismo d’inchiesta, non si guarda più oltre, dentro le persone ed i fatti.Da che mondo è mondo nel giornalismo hanno imperato le 5 S: sesso, sangue, soldi, sport e salute, quindi non scopriamo niente di nuovo. Ma sbaglio, o stiamo perdendo il gusto di raccontare la realtà, piegandola invece ad una tesi preconfezionata e scavando nel torbido e nel morboso che è in tutti noi?Il gossip, lo splatter fa vendere, l’editoria è in crisi. È questa l’unica e sola giustificazione?Okay, siamo in un’economia di mercato. L’informazione è uno strumento di mercato. Ma non dovrebbe essere anche educazione del mercato?“Io sono un giornalista – diceva il vecchio Carlo Cattaneo, un federalista vero, di cui qualcuno si ricorda a sproposito – lavoro, sto tutto il giorno sulla notizia”.Forse è solo facile retorica del tempo che fu. In questo scorcio di fine d’anno e di fine decennio, l’informazione ha il volto incarognito e incazzato dei direttori partigiani e dei giullari che si travestono da esperti nei talk show cui partecipano a chi la spara più grossa.Ma questo scorcio di fine d’anno l’informazione ha anche il volto di Sara e Yara, due ragazzine, due storie diverse, bistrattate, vilipese, squartate, come Sara, o protette, come nel caso di Yara, dalla disarmante dignità dei genitori, che hanno detto di no al circo mediatico.Io sto al di fuori del circo, sbircio dalla tenda. E non è detto che se mi facessero entrare, non verrei risucchiato dal vortice. Noi giornalisti, non siamo dei santi, siamo dei lavoratori come gli altri, dobbiamo portare il pane a casa. Ma quando lo facciamo, cerchiamo di farlo onestamente, con noi, prima che con gli altri.Buon anno. E scusate il predicozzo, sperando che noi facciamo un passo indietro. E che Yara torni a casa.

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