mercoledì, 14 novembre 2018

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MARCO PACCIANA SACERDOTE, UNA SCELTA CONTROCORRENTE

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Un futuro sacerdote. E’ ginosino: è mio fratello. Ci sentiamo spesso via posta elettronica e le sue mail cominciano tutte con “La pace”…


Vi presento mio fratello minore, Marco Pacciana, prossimo all’ordinazione sacerdotale che si terrà il 28 Maggio 2011 nell’Arcidiocesi di Newark. Questo è un mio piccolo contributo. Per lui l’ augurio è che la sua esperienza raccontata in questa intervista possa essere esempio per molti ragazzi in ricerca vocazionale. In una delle sue ultime mail mi scrive: “Ormai sono entrato nell’ultimo mese prima dell’ordinazione sacerdotale e vorrei prepararmi bene per riceverla con devozione: questo è il passo più importante della mia vita! Dio mi sta trattando benissimo, proprio come un Padre con il figlio che ha bisogno di più cure. Quanto è grande il Suo AMORE! In vista dell’evento vi prego, se vorrete farmi un regalo per l’ordinazione, non perdete tempo a comprare cose inutili e regalatemi piuttosto quelle cose di cui ho davvero bisogno, questa è la lista:
1. Umiltà;
2. Cuore di Pastore (secondo il cuore di Cristo);
3. Zelo infaticabile per le anime;
4. Prudenza;
5. Discernimento;
6. Timore del Signore;
7. Amore all’Eucarestia;
8. Distacco dalle cose del mondo;
9. Pazienza con me stesso e con gli altri;
10. Fede indefettibile;
11. Fortezza nelle tribolazioni;
12. Castità Evangelica;
13. Costanza nella Preghiera;
14. Speranza;
15. Carità.
Di seguito l’intervista a  Marco

1. Infanzia. Quando eri bambino e poi ragazzo quali erano i tuoi sogni? Dei miei sogni da bambino ricordo poco, forse mia madre sarebbe un maggior aiuto in questo senso, ma una cosa che ricordo è che volevo inventare cose nuove per creare un mondo migliore, un po’ quello che la tecnologia sta facendo adesso (allora non sapevo che la tecnologia può crere solo un mondo più facile, non migliore). Ricordo anche che volevo diventare qualcuno: vedevo la gente in TV e desideravo diventare famoso anch’io, qualcuno che lascia il suo “marchio” per così dire nella storia, non uno che muore e dopo un po’ nessuno si ricorda più di lui. Credo che questo fose dovuto in parte al fatto che sono cresciuto guardando “Sandokan”, “Saranno famosi” e gli “spaghetti-western” di Sergio Leone. Mi piaceva anche molto recitare: spesso con i miei amici facevamo dei giochi nei quali si impersonavano dei ruoli. Mi ricordo che li chiamavamo “giochi viventi”. Da ragazzo ho conservato queste due aspirazioni. Da un lato il desiderio di migliorare il mondo. Sono stato adoloescente in un periodo di grandi cambiamenti dalla caduta del muro di Berlino a tangentopoli, dal dialogo Israeliani-Palestinesi alla fine dell’Apartheid in Sud Africa. Con in miei amici sognavamo un mondo di pace e fratellanza universale, un mondo che allora sembrava finalmente possibile. Allo stesso tempo però avevo ancora la voglia di recitare e quando al liceo si lanciò il progetto di un corso di teatro non persi l’occasione di partecipare. Quel progetto diede vita per un breve tempo ad un gruppo di teatro amatoriale. In quel momento ero deciso a continuare per quella strada e a diventare un attore di teatro e ci avrei seriamente provato se il Signore atraverso vari eventi e persone non avesse deciso di cambiare il verso della mia vita. L’idea del teatro e poi eventualmente del cinema era molto allettante anche perché mi avrebbe dato l’occasione per realizzare il mio altro grande sogno: affermare me stesso, di diventare qualcuno.

2. Chiamata. Ci racconti come è nata la tua vocazione? La vocazione non “nasce”, per così dire, ma è “scoperta”, viene rivelata da Dio. La mia vocazione, come ogni vocazione – anche quella al matrimonio – è sempre stata lì: Dio l’ha scritta in me al momento di crearmi e poi, quando a Lui è sembrato più opportuno, me l’ha rivelata. Come dicevo, ho vissuto la mia adolescenza in un periodo di grandi cambiamenti, e quindi anche di grandi incertezze. Queste si unirono alle normali incertezze che si sperimentano durante l’adolescenza. Inoltre, poco dopo la mia prima comunione avevo abbandonato la pratica della mia fede. Le delusioni amorose apportavano anche loro il proprio contributo alla mia insicurezza. Allo stesso tempo, la scoperta della mia sessualità mi portò a esplorare quel mondo ed ad abusare di essa, cosicchè mi trovavo a sperimentare allo stesso tempo la grandezza e la bassezza dell’uomo. Infine, la malattia di mio padre, che a seguito di un ictus fu paralizzato e ridotto al livello di un bambino, e la chiusura del negozio di mia madre completarono l’opera e al termine del mio percorso liceale, non avevo idea di cosa volessi fare o chi volessi essere. In quel momento, quando avevo 19 anni, Dio, che era stato dietro tutto questo come un sapiente regista, mi chiamò alla Sua Chiesa. Un paio d’anni prima avevo accettato di nuovo l’idea che ci fosse un Dio e che fosse Gesù e avevo ripreso ad andare a messa, ma non conoscevo ancora la Chiesa come Madre nè Dio come Padre. Lo strumento specifico che Dio ha usato nel mio caso per chiamarmi è stato il Cammino Neocatecumenale. Ascoltando le catechesi fui colpito da due cose in particolare. La prima fu la testimonianza di un laico, Rosario Gigante, che diceva come avesse trovato l’amore di Dio nella croce di non avere figli e di averne adottato uno che è risutato affetto da una serissima malattia. In quel momento mi dissi ‘quet’uomo ha trovato la radice della felicità e voglio trovarla anch’io!”. La seconda fu una catechesi su Abramo dalla quale ricevetti un messaggio forte: tutti i tuoi fallimenti fanno parte di un piano provvidenziale di Dio, la tua vita e le tue sofferenze non sono frutto del caso ma di un preciso progetto d’amore che Dio vuol compiere nella tua vita. Avevo trovato ciò che cercavo. Attraverso le celebrazioni settimanali e poi negli incontri annuali e nelle GMG Dio cominciò poco a poco a seminare una parola e a ricostruire la mia vita e la mia persona. Nel 1997 a Parigi durante l’incontro vocazionale con gli inziatori del Cammino che seguì la giornata con il Papa Beato Giovanni Paolo II, sentì che il treno della mia vita stava passando e vi saltai su. Durante la chiamata vocazionale mi alzai dal mio posto e insieme ad altri 3000 ragazzi mi avviai verso il palco per rispondere alla chiamata di Dio e dare la mia disponibiltà per entrare in seminario. Di lì cominciai un percorso vocazionale che durò tre anni (il tempo necessario per terminare l’Università) seguito da un equipe di catechisti del Cammino Neocatecumenale. Durante quegli anni lottai molto contro questa vocazione: avevo altri piani per la mia vita – prima di tutto quello di sposarmi –e non indendevo rinunciarvi. Non credevo che fosse possibile essere felici senza una persona accanto, senza un po’ d’affetto, senza amore. Non amavo ancora Gesù tanto da poter vivere solo di e con Lui. Non sapevo che questa mia incapacità di amarLo non era un impedimento alla sua Grazia e che, se era Lui a chiamarmi, avrebbe provveduto Lui alla mia felicità. Dopo tre anni, finita l’università, senza ancora vedere bene quella chiamata, andai a Porto San Giorgio, nelle Marche dove partecipai al ritiro vocazionale per i giovani del Cammino Neocatecumenale che vogliono entrare uno degli attuali 78 seminari missionari internazionali Redemptoris Mater sparsi in tutto il mondo. Allora il Signore mi diede la grazia di obbedire ai miei catechisti e di fare questo “salto nella fede”. Mi ricordo che partii senza capire niente, e con un gran broncio. Ma il Signore può lavorare con qualsiasi tipo di materiale e ciò che importa non sono le emozioni. A Porto San Giorgio iniziammo il ritiro con un momento di preghiera con la Scrittura: fu allora che vidi la chiamata chiarissimamente, quale non l’avevo mai vista prima. Scorrendo la Bibbia di qua e di là arrivai al passaggio di Matteo che dice “se non vi convertirete e non vi farete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (18:3b-4a). In quel momento mi resi conto che Dio mi chiamava ad affidarmi a coloro che Lui mi aveva posti quali guide e che mi avevano detto che avevo una vocazione. Tuttavia avevo ancora paura; come essere casto tutta la vita? Contando sulle sole mie forze (le uniche che conoscevo allora) sembrava impossibile. Il giorno dopo ascoltai un’omelia di un vescovo spagnolo che diceva: «Non abbiate paura, questa vocazione non è la storia della vostra fedeltà a Dio, ma della fedeltà di Dio allle sue promesse!». Allora mi dissi, “Signore, se sei tu che ti stai impegnando con me, allora va bene”. Nel pomeriggio ancora titubante diedi la mia disponibilità a seguire la chiamata di Dio. Era più un “nì” che un vero “SÌ”, ma al Signore è bastato anche quello. Domenica 17 settembre c’è stato il sorteggio e il mio nome è stato pescato per il seminario di Newark, New Jersey, USA. All’inizio non ne sono stato molto entusiasta: per me missione significa India, Africa, Paesi del nord Europa dove la presenza della Chiesa è piccolissima, ma gli Stati Uniti? Che razza di missione ci può essere lì? Ad ogni modo era il Signore che mi chiamava e mi ci sono buttato. Tre settimane dopo, l’8 ottobre 2000 arrivai al seminario. La repentinità con la quale Dio mi ha sradicato dal mio piccolo mondo – data la situazione familiare che era una pazzia lasciare (mio padre morto da un paio d’anni, mia madre e mio fratello senza lavoro), ancora in qualche modo innamorato di una ragazza e con ancora tanti dubbi su cosa sarà il domani, con una Laurea con un 110 e lode appena conseguita – catapultato alle soglie della Grande Mela è stato in tutti questi anni ciò che più mi ha fatto restare saldo nei momenti difficili: la consapevolezza che da solo non avrei mai potuto fare un passo del genere.

3. Il Movimento. La tua storia di fede è legata (anche) al Cammino Neocatecumenale. Qual è il tratto distintivo di questa proposta di vita evangelica? Io toglierei pure quell’“anche”: la mia vocazione è legata in maniera inscindibile al Cammino Neocatecumenale. Ci tengo a sottolinearlo perché altrimenti si corre il rischio da un lato di porre troppa enfasi sulla persona, quando, almeno nel mio caso, io sono stato, come dice S. Ignazio di Loyola, “completo impedimento”; e dall’altro di “disincarnare” l’azione di Dio dai concreti strumenti che Egli decide di usare. Dio avrebbe potuto chiamarmi anche senza il Cammino Neocatecumenale? Certamente. E avrebbe potuto fare anche le mucche di colore azzurro! Ma le mucche non sono azzurre ed io non sono stato chiamato se non attraverso il Cammino Neocatecumenale. Il Cammino Neocatecumenale è uno dei carismi suscitati dallo Spirito Santo durante quella meravigliosa primavera che è stato il Concilio Vaticano II. Esso è nato come uno strumento per i “lontani”, vale a dire per coloro che, pur battezzati, hanno abandonato la pratica della loro fede. È un cammino di riscoperta del proprio battesimo che si ispira la catecumenato primitivo, quello che facevano coloro che nella Chiesa dei primi secoli volevano diventare cristiani. Allora per essere critiani non bastava un po’ d’acqua sulla testa e – patafum – sei già cristiano, confermato in grazia, ma era un cammino lento, di anni, nei quali attraverso catechesi, celebrazioni liturgiche e scrutini il Signore poco a poco nella vita di una persona distruggeva l’“uomo vecchio”, schiavo dei vizi e delle passioni e creava un “uomo nuovo” modellato a immagine di Cristo e del Sermone della Montagna, nell’amore al nemico e nella non resistenza al male. Questo, oltrettuto, non avveniva al livelo del singolo soltanto ma di una comunità perchè coloro che non conoscevano Cristo potessero vedere che Dio prendeva gente comune, con i loro peccati, e ne faceva testimoni della Sua Risurrezione dando loro una nuova dimensione di vita. Questo è ciò che avviene anche oggi nel Cammino Neocatecumenale attraverso un enfasi sulla Scrittura quale Parola di Dio celebrata in comunità, una celebrazione settimanale dell’Eucarestia con degli adattamenti pastorali e un giorno al mese di comunione tra i membri di una comunità. Seguendo le direttive degli ultimi Papi, il Cammino Neocatecumenale mira alla creazione di una parrocchia come “comunità di comunità” dove l’anonimato, che molto spesso affligge le nostre chiese, e superato perchè tuti si conoscono. Esso inoltre vuole portare alle parrocchie il nuovo modello di Chiesa del Concilio: la Chiesa come Corpo di Cristo dove non c’è più una gerarchia a piramide, ma dove, tutti sono membra di uno stesso corpo, ognuno con la propria funzione e il proprio compito e il presbitero è la testa di un corpo. Infine il Cammino mi ha insegnato anche la devozione a Maria, che è la Madre di ogni vocazione sacerdotale e alla quale ho consacrato quest’anno di preparazione al sacerdozio.

4. Formazione. So che in questi anni di formazione umana, spirituale, pastorale e teologica hai vissuto lontano da Ginosa anche all’estero. Che cosa ha significato per te? Che cosa ti ha dato nel tempo? Il seminario è stato un momento bellissimo anche se non sempre facile, specialmente durante il primo anno, e non vi nego che ci sono stati momenti nei quali ho voluto buttare via tutto. Tuttavia non cambierei questo tempo con nient’altro al mondo. La lontananza da casa mi ha aiutato a rompere il cordone ombelicale che mi teneva attaccato alle mie origini e a tutto ciò che queste significano. Il seminario Redemptoris Mater forma sacerdoti missionari, pronti ad andare ovunque siano mandati e per questo è necessario spezzare quei legami affettivi che porterebbero a mettere la famiglia al primo posto anche rispetto a Dio. Non è un’operazione facile o indolore, ma è necessaria se si vuole fare davvero la volontà di Dio, come avvenne per Eliseo quando fu chiamato da Elia o come lo stesso Gesù ha detto ai suoi discepoli. Questo mi ha dato, però, anche la possibilità di vedere che la Parola di Dio è vera e che chi lascia “padre, madre, fratelli, case e campi per il Regno di Dio riceverà cento volte tanto e la vita eterna”. Il Signore mi ha dato innumerevoli famiglie a Guam, Hawaii, Malta, New Jersey, Kiribati, California, Roma, ecc. Persone che mi hanno accolto in casa loro e mi hanno trattato come un figlio senza neppure conoscermi solo perché sono un seminarista. D’altra parte durante questi anni di lontanaza Dio ha anche purificato e approfondito il mio amore per la mia famiglia; oggi posso dire di amare mia madre e mio fratello e anche il resto dei miei parenti con un amore più vero perché li amo in Dio che è la fonte dell’amore. Il seminario mi ha fatto anche maturare molto e mi ha dato l’occasione di conoscere fratelli e sorelle da altre nazioni e sperimentare quella comunione tra i popoli che solo Dio può creare. Mi ha anche aiutato a conoscere me stesso, i miei limiti, i miei difetti e i miei peccati. Ma soprattutto mi ha fatto sperimentare che solo Dio basta: noi parliamo del seminario un po’ come un tempo di deserto, dove tutto ciò che alletta i sensi e ti aiuta ad alienarti un po’ e a dimenticare la tua sofferenza viene rimosso. Come Israele nel deserto sei chiamato a fare esperienza di Dio ogni giorno e ad affidarti solo a Lui: un’umiliazione, un litigio con un fratello, una correzione dei superiori, la tua stesa incapacità di accettare l’altro così com’è (specialmente se è molto diverso o troppo simile a te), sono tutti momenti che ti costringono a metterti sulle ginocchia e a chiedere a Dio che ti aiuti. Lì scopri che Dio esiste davvero e provvedescopri non soltanto che Dio non è indifferente alla tua sofferenza, ma che proprio quella sofferenza ti ha aperto la porta a gustare il Suo Amore, che non conosce nulla di paragonabile. E allora in qualche modo persino quella sofferenza diventa dolce. Infine, durante il tempo di seminario, ma specialmente durate l’itineranza, cioè la formazione missionaria che facciamo prima di terminare gli studi, ho potuto sperimentare la potenza di Dio nel cambiare la vita delle persone e come il messaggio di Cristo sia tale che parla ad ogni uomo, indipendentemente dalla sua cultura, religione, condizione sociale, ecc. Cristo salva sia nelle opulente isole delle Hawaii sia nelle primitive isole di Kiribati, nella povertà, anche umana, delle case popolari del Bronx come nelle villete con giardino del New Jersey e della California.

5. Oggi. Che cosa significa per te diventare e essere sacerdote oggi? Questa è davvero una bella domanda. A me è piaciuta molto la catechesi che Kiko, l’iniziatore del cammino neocatecumenale, diede a Colonia alla GMG del 2005. Interpretando il passo del libro di Giosùe che descrive l’entrata degli Israeliti nella terra promessa attraverso il Giordano, disse: «Questo è il compito dei sacerdoti oggi! Portare Maria (l’arca dell’alleanza) e con essa fermare le acque del mondo cosicchè le famiglie (il popolo) possano entrare nella terra promessa (la Chiesa, la presenza di Dio)» Essere sacerdote oggi è sicuramente una sfida: al tempo dei nostri nonni e anche dei nostri genitori il sacerdote, specie qui in paese, era una persona rispettata; era in qualche modo un salire di grado nella scala sociale. Oggi non è più così, anzi. Il mondo di oggi non crede più all’amore, quello vero, all’amore che si da nel sacrificio e in genere c’è una visione della vita ad una sola dimensione, quella di questa terra. Da nessuna parte si sente parlare di Dio. Ma senza Dio non c’è neanche speranza, senza Dio la sofferenza non ha alcun senso e la vita è un assurda stringa di eventi casuali. Senza Dio non ha alcun senso rimanere sposati con la stessa persona per tutta la vita, se non si va più d’accordo. Per questo motivo c’è bisogno di testimoni credibili e coraggiosi della risurrezione di Cristo. L’uomo di oggi, forse più di ogni altro, ha bisogno di vedere che Dio è presente nelle vicende umane. Davanti alla straripante piaga del divorzio e del sesso facile e trivializzato, dell’individualismo sfrenato, quest’uomo ha bisogno di vedere che l’amore e la fedeltà sono possibili, che è possibile vivere la castità per un amore superiore. Questa generazione ha bisogno di qualcuno che vada per le strade ad annunciare che Cristo è Risorto e che la morte, quel terribile mostro che aspetta tutti noi, è stata vinta! Che è possibile vivere in maniera differente che non siamo condannati a vivere una vita scialba! Infine, dopo gli scandali degli ultimi anni, c’è bisogno di vedere sacerdoti umili che siano testimoni dell’amore di Dio per il suo popolo, un amore che il peccato non può cancellare nè diminuire, di sacerdoti che vadano in cerca della pecora perduta. Io spero di poter essere questo tipo di sacerdote, ma so non potrò esserlo senza l’aiuto di Dio e della comunità ecclesiale. Un sacerdote oggi non può essere più un ranger solitario, ma ha bisogno del supporto e delle preghiere della comunità che serve ed in questo senso io sono molto grato a tutti coloro qui a Ginosa che in questi anni mi hanno sostenuto con le loro preghiere e con il loro esempio. È una battaglia che bisogna combattere insieme.

6. Domani. E ora cosa ti aspetta? Quale e dove sarà la tua missione? Io sarò ordinato per l’arcidiocesi di Newark, per cui almeno i primi due anni di ministero li eserciterò lì in una parrocchia. Tuttavia, non posso proprio dire dove mi porterà la mia missione: il nostro seminario forma sacerdoti missionari per la Chiesa universale e degli 82 ordinati la metà sono fuori della diocesi: altre zone degli USA e poi Francia, Paraguay, Guam, Italia, Estonia, Tanzania, Caraibi. Insomma traducendo un’espressione americana si può dire che “il mondo è il confine”. Io spero di conservare sempre questa disponibilità che ho oggi ad andare dove Dio mi voglia.

7. Un’esortazione e saluto ai lettori del nostro sito. L’unica esortazione che mi viene in mente è quella con la quale il beato Giovanni Paolo II ha inaugurato il suo pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!» Cristo non vuole toglierci nulla, ma darci tutto. S. Agostino diceva che il nostro cuore è stato creato da Dio e non riposa se non in Dio. È proprio vero. Vorrei invitare tutti i miei fratelli e sorelle ad aprirsi al progetto che Dio ha su ognuno di noi: è vero che a volte può sembrare impossibile, ma questo è solo perché guardiamo a noi stessi e alla nostra incapacità di amare. Dio non ha bisogno di eroi, ma di gente debole e peccatrice, affinchè attraverso di questi Egli manifesti la Sua gloria. Nella nostra debolezza si manifesta la Sua potenza. I cristiani di oggi siamo chiamati ad una grande missione: mostrare il volto di Cristo a questa generazione. Ed è una missione bellissima, per la quale vale la pena dare la vita. Non abbiate paura: chi da la vita a Cristo la riceve cento volte tanto.

Commenti  

 
0 #3 Misty04 2017-11-04 19:58
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0 #2 Nicola Natale 2011-06-01 18:35
Ti faccio i miei migliori auguri.
Apprezzo molto il fatto che la fede ti abbia fatto scegliere un percorso di vita rivolto al prossimo.
In un mondo malato di egoismo ed avidità, la tua esperienza può essere d'esempio.
Ricordati sempre della tua Ginosa, porta alto il nome della Puglia del mondo.
Ogni persona che si allontana diventa un nostro ambasciatore: fai una buona promozione.
Soprattutto presso il Signore.
Dio sa se ne abbiamo bisogno!
Un abbraccio Nick
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0 #1 Gemga 2011-05-26 17:33
Il mio augurio sincero profondo e -perché no?- anche un po' "egoistico": che Dio possa rendere la Sua Gloria nel mondo attraverso di te, fratello compaesano mio! Che la Croce di Cristo ti risplenda sempre Gloriosa, ti sia da guida e ti faccia da faro, che anche nella Notte Oscura del mondo tu possa essere esemplare Luce di Cristo. Ovunque tu vada. La pace la pace la pace!
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