martedì, 13 novembre 2018

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MARIA, MATILDE, GIOVANNA, ANTONELLA, TINA: MORTE A BARLETTA

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Barletta, palazzina crolla su un maglificio. E' la strage delle donne: cinque le vittime. Lavoravano a nero. La precarietà uccide. L’irresponsabilità idem.

I responsabili si assumano le proprie responsabilità. Vogliamo urlare i nomi delle donne che sono morte ammazzate. Vogliamo non dimenticare le loro facce, le loro storie, vogliamo ricordarle e sapere chi erano e perché erano costrette a stare in quel posto terribile. Vogliamo toccarlo con mano il dolore e lasciarci ferire perché siamo stanchi e non ne possiamo più di vedere le donne morire una dopo l’altra, per un motivo o per un altro, non vogliamo più leggere storie di miseria. Maria Cinquepalmi, di 14 anni, Matilde Doronzo di 32 anni, Giovanna Sardaro di 30 anni, Antonella Zaza di 36 anni, Tina Ceci di 37 anni, tutte le vittime compresa la figlia dei titolari morti grazie all'incuria,alla povertà,alle più elementari mancanze di sicurezza sul lavoro e sugli stabili, nella condizione del lavoro nero, una situazione molto diffusa nel Mezzogiorno d'Italia. Sono vittime dello Stato Italiano, quello Stato che è sordo all’urlo di aiuto di chi è allo stremo delle forze: dei morti viventi. Finché vivono.

Sul posto della tragedia centinaia i soccorritori hanno scavato a mani nude. La rabbia dei residenti: "Sentivamo degli scricchiolii". Venerdì scorso avevano chiesto un sopralluogo.

Martedì 4 Ottobre 2011: il crollo. Desolazione e dolore.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso cordoglio, definendo la tragedia inaccettabile. In un messaggio al Sindaco di Barletta Nicola Maffei, ha espresso ”sentimenti di commossa e affettuosa partecipazione al dolore delle famiglie delle vittime”, ai feriti “gli auguri di una pronta guarigione, manifestando all’intera comunità di Barletta, già duramente colpita negli anni da analoghi gravi eventi, la solidarietà di tutto il Paese”. Poi il monito: “L’inaccettabile ripetersi di terribili sciagure, laddove si vive e si lavora impone l’accertamento rigoroso delle cause e delle responsabilità, e soprattutto l’impegno di tutti, poteri pubblici e soggetti privati, a tenere sempre alta la guardia sulle condizioni di sicurezza delle abitazioni e dei luoghi di lavoro con una costante azione di prevenzione e di vigilanza”. Cgil: "Azienda sconosciuta all'Inps" Le operaie morte nel crollo di Barletta "lavoravano in nero per pochi euro all'ora e dopo alcune verifiche sembra che l'azienda fosse completamente sconosciuta all'Inps". Lo ha denunciato in una nota la Cgil di Barletta - Andria - Trani Le operaie morte nel crollo della palazzina di via Roma, a Barletta, lavoravano in 'nero', senza contratto. A denunciare quanto accadeva nell'opificio sono i parenti delle vittime, assiepati davanti all'obitorio del Policlinico di Bari dove si trovano i corpi delle cinque donne decedute, in attesa dell'autopsia. "Era gente - dice la zia di una delle operaie morte - che lavorava per sopravvivere. Mia nipote prendeva 3,95 euro all'ora". "Lavoravano dalle otto alle 14 ore, a seconda del lavoro che c'era da fare - continua la donna -. Avevano ferie e tredicesima pagate, ma senza contratto. Quelle donne lavoravano per pagare affitti, mutui, benzina, per poter vivere, anzi sopravvivere". La donna ha atteso per ore, come tutti gli altri parenti assiepati davanti all'obitorio del policlinico di Bari, prima di poter finalmente vedere il corpo della propria congiunta. I parenti hanno poi avuto l'autorizzazione dal magistrato: quattro per volta sono scesi nella camera dove erano state ricomposte le salme, in attesa dell'esame autoptico. "Non ci volevano far vedere i nostri parenti - racconta una ragazza in lacrime - abbiamo chiesto al sindaco di intervenire". Alle 14 il magistrato ha autorizzato i parenti a vedere i loro cari. "Loro - raccontano - erano delle donne normali. I giornali dicono che era un maglificio, ma in realtà era un laboratorio di confezioni: venivano confezionate magliette, tute da ginnastica". In tanti si sono sentiti male davanti all'obitorio: alcuni anziani sono stati portati in autoambulanza al pronto soccorso del policlinico. Ha accusato un malore anche il marito di Tina Ceci, di 37 anni, l'ultima ad essere estratta dalle macerie. I parenti erano assistiti da personale della Croce Rossa e della Protezione civile.

 

 

Pubblichiamo la testimonianza di un volontario della Protezione Civile tra i primi ad arrivare sul luogo del crollo del palazzo a Barletta.

Quello che rimane di una giornata fra le macerie è l’immagine di un quadro raffigurante una madonna e dei due crocifissi posti sul suo lato sinistro e destro. Uno più piccolo, l’altro grande, ancora attaccati come per miracolo sul muro dello stabile di via Roma a Barletta. Un miracolo non c’è stato però per le cinque vittime accertate causate dal crollo di uno stabile in cui vi era anche un laboratorio tomaificio e dove hanno perso la vita quattro donne e una ragazzina che aveva di fronte a sé ancora un’intera vita da vivere, gioie e amori, viaggi e programmi per il futuro o semplicemente la spensieratezza di una normale vita da adolescente vissuta giorno per giorno. Tutti i corpi sono stati estratti dalle macerie in prossimità della porta d’uscita come se stessero scappando, come se avessero avvisato il pericolo. Forse uno scricchiolio, forse il crollo di alcuni pezzi d’intonaco che preavvisavano la tragedia. Questo non è dato saperlo, non potremo mai sapere quanta paura è fluita nelle vene delle persone schiacciate da due piani di tufi e travi di legno negli istanti prima del crollo. Quel che ormai invece appare essere una quasi sicurezza sono i momenti che hanno caratterizzato le giornate precedenti alla tragedia. Sono fra le macerie e qualcuno parla, denuncia ad alta voce che era stato interpellato un ingegnere venerdì perché si sentivano scricchiolii e d erano visibili grosse crepe nello stabile di via Roma, forse a seguito di alcuni lavori edili adiacenti allo stabile. Ne parla con rabbia e con sofferenza quell’uomo che fianco a me toglie le macerie fra la polvere e la puzza di gas. Dice anche di aver assistito personalmente ad un accesa discussione fra un ingegnere e chi denunciava crepe e rumori, dice anche che nel pomeriggio un impresario edile è arrivato sul posto minacciando che avrebbe fatto espropriare lo stabile se le lamentele fossero continuate. E allora perché non chiedersi come mai ciò’ non sia stato fatto, quali interessi possono ruotare attorno ad una palazzina che sta per crollare? Arriva un uomo verso le ore 16.30. Riesce a superare le transenne. Probabilmente è un parente di qualche operaia del tomaificio. Grida con astio ed energia. Arriva finalmente il Prefetto e riesce a dare un ordine a quello che ai miei occhi si era presentato come un’orda disordinata di vigili del fuoco, esercito, volontari e cittadini ammassati per cercar di dare una mano. Quei cittadini Barlettani con i loro jeans e con le loro magliette, qualcuno con il casco da cantiere, altri a mani nude. Volevano scavare e spostare detriti per arrivare al più’ presto ad una mano, ad una gamba, al suono labile di una voce sotterrata. E invece no, non è stato così. Si decide di scavare dai lati che danno sulle due strade dell’edificio fantasma. Lo si fa piano, con delicatezza e sotto l’occhio attento del SAF (Soccorso Alpino Vigili del Fuoco) che con coraggio decidono di rischiare la propria vita scavandosi piccoli cunicoli fra le tonnellate di tufi e calcinacci, travi di ferro e mobili. Si sentono le motoseghe, lavorano con responsabilità quei Vigili del Fuoco, sanno cosa devono fare per raggiungere le vittime e per cercare di ridurre al massimo il rischio di perdere le loro vite. Poi qualcosa non mi quadra. Vedo ruspe e due escavatori piccoli muoversi fra le macerie nelle vicinanze dei due cunicoli scavati. C’è’ puzza di gas e rimprovero ad alta voce un macchinista di una ruspa per aver acceso una sigaretta. Perché io, perché non un dirigente dei Vigili del Fuoco o uno dei numerosi addetti di pubblica sicurezza? Si comincia a scavare a mano anche sul fronte interno e due vigili del fuoco cominciano a calarsi giù’ con le corde da un muro. Hanno con loro sonde e microfoni per captare ogni minimo rumore, quelli impercettibili all’ udito umano. I cani del gruppo cinofilo soccorso sono pronti, aspettano solo un comando per mettere a disposizione il loro fiuto. Si lavora e piccole colline di detriti cominciano a formarsi. Ci sono pezzi di mobili, DVD, televisori sventrati, macchine da tomaificio, vestiti, scarpe, oggetti di vita quotidiana. Io raggolgo fra la polvere una carta da gioco, un asso di quadri. Non è un feticista modo d’accumulare oggetti, è solo il ricordo di una giornata di cui dovrò far oro come esperienza, una giornata che ancora una volta ha sentito l’odore di morte e il lamento raccapricciante di chi ancora vive e che ha perso persone care. Torniamo con la nostra auto medica, siamo partiti in cinque, cinque volontari della Protezione Civile. Quattro avevano già avuto esperienze a San Giuliano e all’Aquila…io no. E nel silenzio che avvolge l’abitacolo dell’auto sento l’esigenza di chiedere loro se le procedure di soccorso siano state eseguite alla lettera. Quell’escavatore, quello che pesava decine di quintali non sarebbe dovuto essere sul cumulo di macerie così come anche i due più piccoli che hanno operato sull’uscio dei due cunicoli. Non avrebbero dovuto nemmeno essere manovrati da civili che normalmente operano per costruire o demolire quando non si tenta di salvare vite umane. Maria ha parlato ad alta voce per ben tre volte, io ho sentito la sua voce per ben tre volte. Poi l’hanno estratta dalla sua tomba nel suo silenzio. Applaudivano quando si estraevano gli altri corpi ma un vigile del fuoco in quel momento ha gridato di far silenzio e di non applaudire quando Maria veniva caricata in velocità’ sull’ambulanza. Chissà se Maria avrebbe potuto continuare a parlare se quell’escavatore non fosse stato lì, chissà se avrebbe potuto continuare a sognare e a vivere una vita di sogni se le videocamere e la necessità di pochi che erano poi tanti, molti, troppi, di voler essere protagonisti come in un reality show, non avessero intralciato i soccorsi. Chissà. A me dal bar della rabbia, rimangono solo molti dubbi, un bicchiere da sorseggiare con parsimonia per non dimenticare cercando di alleviare la mia tristezza e un asso di quadri posto sul tavolo da cui sto scrivendo.

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