domenica, 24 settembre 2017

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IL SUICIDIO: PERCHE’ DECIDONO DI FARLA FINITA

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Il suicidio in generale. Consiste nella soppressione della propria vita mediante un'azione volontaria commissiva od omissiva.

E' indubbio il significato antisociale del suicidio. Studi statistici hanno dimostrato che il suicidio è in aumento nelle popolazioni più progredite e civili. E' più accentuato negli agglomerati urbani rispetto alle zone di campagna; è più frequente negli uomini che nelle donne; si manifesta con prevalenza nelle persone di età medio-avanzata (ultrasessantenni), nei soggetti coniugati, specialmente gli uomini in vedovanza e nelle classi sociali più deboli (pensionati, casalinghe). Modalità di esecuzione. Si attua mediante impiccamento, precipitazione, annegamento, avvelenamento, tramite ferite d'arma da fuoco o da taglio o con particolari modalità, come quella di darsi fuoco, o di farsi investire da veicoli. In genere gli uomini ricorrono a mezzi più brutali, le donne a mezzi meno violenti e traumatizzanti. Le cause del suicidio sono: affettive (dispiaceri amorosi, perdita di congiunti, contrasti familiari, ecc.); economiche (crack finanziari, miseria, perdite al gioco, ecc.); patologiche (malattie mentali, quali sindromi depressive, alcoolismo, schizofrenia, o malattie dolorose o neoplastiche).
Tipi di suicidio: individuale, collettivo, preceduto da omicidio. Una sostanziale differenza diversifica il suicidio dal tentativo di suicidio. Il semplice tentativo è una astuzia psicologica attuata in vista di particolari effetti che può sortire nell’ambiente sociofamiliare. Esso ha solo la funzione di minaccia, di appello, o di ricatto. I “veri” suicidi sono programmati in modo da offrire scarse possibilità di sopravvivenza. I tentativi, invece, per lo più sono attuati con mezzi inadeguati a raggiungere lo scopo. I meccanismi psicodinamici che stanno alla base del semplice tentativo, sono diversi da quelli che stimolano il suicidio vero e proprio, cioè quello che “deve” riuscire. Dalle casistiche emerge che la maggior parte di coloro che si suicidano hanno avuto disturbi psichiatrici, in qualche caso sottovalutati, nel biennio precedente l’insano gesto.
Di dubbio valore sono le comunicazioni fatte dall’aspirante suicida circa le sue intenzioni di por fine alla propria esistenza, proprio a causa del fatto che, talvolta, il suicidio è annunziato per “far pressione” affinché qualcuno risolva il problema che assilla la persona angosciata. Spesso è chiaro che nel malato vi è lo scopo (anche inconscio) di servirsi degli altri, soprattutto tramite richieste consolatorie e gratificanti: in questi casi, il depresso è perfettamente in grado di “sfruttare”, con astuzia, la disponibilità altrui. Una maggiore prevedibilità sulle reali intenzioni suicide si ha se queste sono formulate da persone anziane o giovanissime, o da persone crucciate da sentimenti di indegnità. Tuttavia si tratta di indicazioni di scarso valore di previsione, per cui resta il fatto che se una persona è clinicamente depressa o in maniera generica emotivamente disturbata, la prospettiva che abbia in animo il tentativo di porre fine ai propri giorni per venir fuori dall’impasse può essere ragionevolmente presa in considerazione, ma non è necessariamente sicuro che il soggetto metta in opera il disegno catastrofico ed ossessivo che manifesta con i suoi atteggiamenti di distacco e di indifferenza per la vita, per le persone amate e per le proprie cose. Una valutazione più probante si deve basare su un lungo esame della persona e richiede un’indagine approfondita sulle sue tendenze autodistruttive, sui suoi drammi e sulle sue frustrazioni. Non è nemmeno indicativo il senso morale del soggetto: il suicidio è spesso segno di un disturbo che non può tener conto, né può essere fermato dal senso morale. Gesti assurdi e disperati: gli omicidi-suicidi
Di solito l’essere vivente, in caso di pericolo, lotta per la sopravivenza. Alcune persone, invece, quando si trovano in situazioni critiche optano per una soluzione di annichilimento. Questo comportamento è, probabilmente, una specie di “disfunzione” del meccanismo naturale di autodifesa, ed è determinato da gravi e irreparabili “smacchi” esistenziali. Esso può portare come conseguenza al suicidio, e può anche, in casi estremi, inculcare nel depresso la convinzione che anche l’esistenza di chi gli sta attorno sia irreparabilmente compromessa. Ciò gli fa reputare “opportuno” e paradossalmente “terapeutico” l’omicidio della persona amata, di un consanguineo, di un minore indifeso. Il buio della depressione spinge allora a compiere azioni assurde e dissennate. La parola “depressione” forse non chiarisce con sufficienza lo stato d’animo di coloro che commettono atti tanto insensati come gli omicidi-suicidi. La depressione è una ipermalinconia, una rinunzia generalizzata ed essa non spiega appieno la brutalità dell’infanticidio, dell’omicidio “per motivi d’opportunità”. In presenza di atti così sconsiderati come gli omicidi-suicidi, bisogna, a maggior ragione che per i “semplici” suicidi, ancora una volta utilizzare un termine più adatto a definire lo stato d’animo di chi compie gesti tanto orribili: è “disperazione” il termine che indica lo stadio in cui è stata cancellata qualsiasi speranza. Il “disperato” si sente giunto al capolinea della propria vita e vuole porre termine al suo disagio quando ritiene che ogni aspettativa sia frustrata dal verdetto negativo della realtà.
La disperazione è uno stato emotivo contraddistinto da pulsioni complesse: impulsi sadici, masochisti, di impotenza, di ostilità, di rabbia. Nel periodo iniziale di sconforto, l’Io riesce a fronteggiare tali cariche distruttive, ma quando si è fatta strada l’idea che sia impossibile venir fuori dall’impasse (reale o immaginaria) a quel punto, gli elementi aggressivi e autodistruttivi si coagulano dando modo ad una miscela “esplosiva” In ogni persona c’è una soglia di sopportabilità e di insopportabilità: chi è disperato ha raggiunto il limite massimo di non-sopportazione, al di là del quale non vede più via d’uscita. A quel punto, c’è, purtroppo, chi ritiene che la soluzione più efficace sia “eliminare materialmente” se stesso e/o la persona amata.
Infatti, a volte, la disperazione induce il soggetto ad attribuire anche alle persone che lo circondano i medesimi avvilimenti e i drammi che egli stesso patisce. Solo se la depressione viene mitigata o cancellata emerge una nuova visione della vita e gli scopi e le aspirazioni, che durante “ la malattia” furono ritenuti irraggiungibili, appaiono nuovamente realizzabili e “utili”. In questo caso l’aggressività non si incanala più contro l’Io, ma una parte di essa si dirige “opportunamente” verso il mondo esterno. Allora è possibile avere un “cambiamento di rotta” con sensibile attenuazione dei propositi suicidi. Da quel momento il depresso esce dal tunnel e torna ad essere vitale e competitivo.

Commenti  

 
0 #1 healthylifestyle.it 2015-08-08 08:42
Splendidamente scritto .. è difficile non essere d'accordo.
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